L’ informativa non finanziaria (NFR): aspetti operativi a presidio della continuità e degli adeguati assetti organizzativi delle PMI

di Monica Peta - - 1 Commento

La direttiva UE 2014/95, recepita in Italia dal D.Lgs. n. 254/16, introduce e definisce le valutazioni ESG, ampliando la sfera della rendicontazione d’impresa alle variabili environmental (E), social (S) e governance (G)[1]. I soli indicatori finanziari come il fatturato, l’EBITDA, la posizione finanziaria netta, il patrimonio netto, non sono sufficienti a garantire l’adeguata informativa verso gli stakeholders. Un ruolo fondamentaleè detenuto dalleinformazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva – c.d. non financial reporting[2] -, necessarie perla comprensionedell’andamento dell’impresa, dei suoi risultati, della sua situazione, dell’impatto della sua attività[3]. Di seguito, l’approfondimento a puro titolo esemplificativo, degli aspetti operativi ed applicativi della disclosure non finanziaria in ordine al Modello aziendale di gestione ed organizzazione come tema del D. Lgs. N. 254/16.

La volontarietà del NFR, il risk assessment e la gestione dei rischi finanziari e non finanziari

Le PMI possono scegliere, su base facoltativa, di redigere l’informativa non finanziaria[4] con l’obiettivo di rappresentare le scelte strategiche di integrazione della sostenibilità nei processi di business e di assicurare il governo della creazione del valore sostenibile nel tempo, in un orizzonte temporale medio-lungo, che comprenda in modo coerente i rischi non solo finanziari ma anche legati alle variabili ESG. La scelta volontaria della rendicontazione non finanziaria[5] innesca un’attività di mappatura del rischio e raccolta dei dati inerenti a tematiche di natura economica, di governance, sociale ed ambientale, tale da permettere all’impresa non solo di conoscere la natura dei rischi potenziali ed effettivi derivanti dagli ambiti tematici tradizionalmente considerati non finanziari, ma anche di prevenire i potenziali impatti rilevanti nel breve termine[6]. Ciò significa che, i temi di sostenibilità possono produrre effetti considerati “financially material” di impatto sui risultati economico-finanziari dell’azienda, ad impatto sulla sua posizione competitività, sul processo di creazione del valore e sulla continuità aziendale. Da qui, la consapevolezza a livello di governance, della necessità di rivedere i modelli di business d’impresa in un’ottica di sostenibilità strategica e l’adozione di un Modello di sviluppo sostenibile (SBM)

Le forme di rendicontazione non finanziaria

Le forme di rendicontazione si fondano su veri e propri principi di redazione che sono definiti dagli standard setters internazionali, nel caso dell’informativa non finanziaria i principi di riferimento sono quelli emanati dal Global Reporting Initiative (GRI), dall’International Integrated Reporting Council (IIRC) o dal Sustainability Standard Board (SASB).

Tali framework identificano sistemi di norme che partendo dai principi di riferimento, chiariscono caratteristiche qualitative e contenuti della non financial disclousure. Bisogna dire che, tutti gli aspetti più propriamente operativi sono a tutt’oggi in evoluzione, con una peculiare attenzione rivolta alla sostenibilità ed alla trasparenza e all’affermazione di principi rigorosi e riconosciuti.

A tale proposito, Confindustria è intervenuta con un documento “Le linee guida all’informativa non finanziaria”, individuando una proposta di processo che potrebbe accompagnare le PMI nella rendicontazione non finanziaria, secondo un approccio responsabile. Il soggetto aziendale è preliminarmente impegnato ad identificare i temi impattanti sul proprio business per valutare successivamente, come la sostenibilità entra in contatto con detti temi secondo differenti angolazioni di indagine.  Il primo step è un processo di self-assessment finalizzato alla mappatura dei rischi, delle principali azioni e delle politiche praticate dalle PMI  con riferimento agli 8 ambiti di sostenibilità previsti dal D. Lgs n. 254/19: la governance e compliance, la responsabilità economica, la responsabilità ambientale, la responsabilità verso i dipendenti, verso i clienti ed  i fornitori, verso la comunità locale, l’economia circolare.

Un esempio di disclosure PMI del Modello aziendale di gestione ed organizzazione

Rispetto all’ambito di governance e compliance il processo di self-assessment è volto a valutare l’adeguatezza dell’assetto organizzativo attraverso un set di domande di auto-valutazione colte ad affiancare l’azienda nella mappatura delle principali azioni e politiche.

A titolo esemplificativo[7]:

Ambiti Domande (esercizio t-1)
Governance e compilance C’è un CDA?
Se si, da quanti membri è composto?
Se si, ci sono anche donne nel CDA?
Ci sono stati cambiamenti giuridici della società negli ultimi 5 anni
L’impresa ha una proprietà familiare?
L’impresa appartiene ad un gruppo di imprese?
E’ presente un responsabile della sostenibilità
E’ presente un codice etico?
L’azienda possiede un piano operativo di sostenibilità?
L’azienda ha buone pratiche della gestione dei rifiuti oltre a quelle previste dalla legge?
L’azienda ha buone pratiche della gestione delle risorse idriche oltre a quelle previste dalla legge?

Lo step successivo, si realizza con la stesura di una scheda informativa che seguendo il framework qualitativo e quantitativo della disclosure GRI Standard (nell’ultima versione del 2018), potrebbe essere così rappresentata:

Area Ambito Disclosure indicatori
Governance e Compilance Sistema di amministrazione e controllo GC1 Indicare il sistema di amministrazione e controllo adottato specificando le funzioni attribuite ai diversi organi con riguardo alle tematiche ed ai processi CSR
Organo di gestione GC2 Indicare la composizione e le attribuzioni dell’organo di gestione fornendo specifiche informazioni su: amministratori indipendenti; soci di minoranza nel CDA; componenti con deleghe, deleghe del CDA
Strategia e governance della sostenibilità

GC3 Indicare se nella governance è presente un organo di governo e controllo del CSR

GC4 indicare se nella struttura organizzativa è presente una funzione della CSR

GC5 descrivere gli elementi del CSR e relative competenze dell’ufficio preposto della CSR eventuali politiche di economia circolare del modello di business

GC6 fornire informazioni sul Modello 231

Legalità e anticorruzione GC8 indicare i requisiti di Rating di legalità
Approccio ai rischi GC10 descrivere se l’azienda gestisce i propri rischi secondo il principio di precauzione, individuando rischi finanziari e non finanziari

Considerazioni conclusive

L’utilizzo dell’informativa non finanziaria volontaria insieme agli indicatori di tipo finanziario integra un approccio aziendale e strategico forward looking, che ha il vantaggio di dare una migliore visione prognostica sull’andamento futuro dell’azienda, a presidio della continuità aziendale e dell’adeguato assetto organizzativo. A ben vedere, il processo di self-assessment come sopra rappresentato, si sostanzia in una puntuale analisi del Modello organizzativo e di controllo rispetto alla Disclosure non finanziaria della PMI, delle azioni e delle politiche preservative dell’adeguatezza di governance rispetto ai temi del D. Lgs n. 254/16. Ciò si spiega nella natura insita degli indicatori non finanziari:

  1. orientati al futuro con un alto valore previsionale,
  2. fondati su una puntuale e completa conoscenza dell’attività e dei fatti di gestione aziendale.

Questo favorisce l’implementazione di un efficiente sistema di controllo di gestione che di fatto, è implicitamente imposto dall’obbligo di adottare adeguati assetti organizzativi.


[1] Si veda il  D.Lgs n. 254/16, il  Piano d’Azione della Commissione Europea per finanziare la crescita sostenibile,  i 17 Goals dell’Agenda 2030.

[2] Ricadono nell’obbligo di redigere la non financial disclosure  (D.Lgs. del 27 gennaio 2010 n. 39), le società italiane emittenti valori mobiliari quotati nel mercato regolamentato italiano e dell’Unione Euoropea,  le banche, le imprese di assicurazione, gli  enti di interesse pubblico che: (i) abbiano un numero di dipendenti superiore alle 500 unità (nell’anno solare); (ii) abbiano superato almeno uno dei seguenti limiti dimensionali alla data di chiusura del bilancio: totale attivo dello stato patrimoniale maggiore di 20 milioni di euro; totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni eccedenti 40 milioni di euro. Sono esonerate le PMI.

[3] Cfr Art. 1 della Direttiva 2014/95/UE

[4]  Cfr Patrizia Giangualano, Lorenzo Solimene, “Sostenibilità in cerca di imprese. La rendicontazione non finanziaria come strumento di governance dei rischi e delle opportunità”, Egea, 2019

[5] Cfr Cristiano Busco, Fabrizio Granà, Adriana Rossi, “Disclosure non finanziaria e misurazione degli impatti sociali. Profili teorici, prime evidenze empiriche e prospettive future”, Giappichelli, 2020

[6] Cfr “Linee guida per la “rendicontazione di sostenibilità per le PMI”, Gruppo tecnico RSI Confindustria- GBS, Gruppo di studio per il Bilancio Sociale – Piccola Industria

[7] Cfr Confindustria, “Linee Guida per la rendicontazione non finanziaria” già citato.


Autore dell'articolo
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Monica Peta

Monica Peta, Dottore Commercialista e Revisore Legale, Phd in Scienze Aziendali Co-Founder di CFPRT PARTNERS con sede a Roma, Milano e Siena, svolge attività di consulenza Societaria e Tributaria, Modello 231 e Compliance Aziendale. Sindaco di società e partecipate, associazioni non-profit, componente di CDA di aziende speciali. Componente del comitato scientifico nazionale Fondazione School University, Componente della Commissione Crisi da Sovraindebitamento ODCEC Roma. Già professore a contratto presso l’università Magna Graecia di Catanzaro, docente per la formazione in diversi ODCEC, Relatore in convegni e webinar, Autore di articoli fiscali e aziendali, autore e coautore di pubblicazioni scientifiche in materia aziendale ed economica.

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